Parco, Allevatori e Politici; Nessun Futuro.

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                                                                                                                                                      di Giorgio Fioravanti

 

Che tra i soggetti citati nel titolo, ai quali aggiungo anche il cittadino in generale, c’è, da sempre,  a dividerli una distanza incolmabile è cosa arcinota ma ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni va oltre ogni limite di sopportazione e di decenza.

Il Parco, proprio nei giorni in cui apprendiamo essere sul mirino della Corte dei Conti                           ( http://assergiracconta.altervista.org/archivioNews.php?page=1&id=12452 ) si schiera apertamente contro gli allevatori che chiedono a gran voce, mediante vive proteste fuori il palazzo dell’Emiciclo, una proroga alla “monticazione” (la possibilità di pascolare in montagna, mucche, pecore e cavalli) oltre la scadenza del 31 ottobre poiché, grazie al clima ancora favorevole, nei pascoli del Parco Nazionale Gran Sasso Monti della Laga l’erba è ancora verde e abbondante.

Le motivazioni del parere negativo dell’Ente Parco insisterebbero su un sovraccarico del  bestiame, non compatibile con l’equilibrio dell’ecosistema. Guardacaso le stesse motivazioni che vengono urlate dalla solita serie di associazioni iper-protezioniste.

Peccato però che tali giustificazioni non tengono, abilmente, conto di una serie di aspetti fondamentali che ribalterebbero la realtà della situazione e sono proprio gli allevatori, gente che vive di allevamento e che frequenta e conosce ogni angolo del Gran Sasso da molto prima che l’europa cominciasse ad emanare diktat mediante direttive comunitarie,  a dirci quale sia il nocciolo del problema; l’allevatore  Gino Guetti spiega che  la percentuale di bestiame per ettaro non tiene conto del fatto che, negli anni, si è ristretta, di parecchio, la superficie pascolabile a causa del moltiplicarsi, in modo indiscriminato e immotivato, dei Siti di Interesse Comunitario dove il pascolo è proibito. La realtà di Guetti descrive, ad oggi,  un numero di 10.000 pecore sotto costante attacco della fauna selvatica, nello specifico da 3.000 lupi, specie protetta e che sta proliferando, quando, invece, anni fa si contavano più di 300.000 pecore e soli 300 lupi.

In tale scenario come si inserisce la politica regionale? Che tipo di messaggio, di azione e risposte danno coloro che sono strapagati anche con le tasse degli allevatori?

Sembrerebbe che l’assessore regionale all’agricoltura Dino Pepe da un mese non risponda affatto alle loro richieste ( http://www.abruzzoweb.it/contenuti/regione-la-rabbia-degli-allevatori-del-gran-sasso-c-e-ancora-erba-in-montagna-fateci-pascolare-/612561-268/ ) mentre invece assistiamo, sempre in questi giorni e sempre dalla maggioranza in Regione, a quanto realmente contino per loro i cittadini che abitano a ridosso del massiccio del Gran sasso e che creano sostentamento e lavoro con esso.

Sto parlando della mancata approvazione del progetto di legge 233/2016 denominato Istituzione Rete Escursionistica Alpinistica Speleologica Torrentistica Abruzzo (REASTA); una legge che nella stesura, discussione e implementazione ha visto coinvolte tutte le maggiori compagini politiche presenti nel Consiglio Regionale (dal MoVimento 5 Stelle a Forza Italia), una sorta di miracolo trasversale con un epilogo disarmante. Già perché il motivo, UFFICIALE, del mancato inserimento all’ordine del giorno è una lesa maestà da parte del consigliere aquilano Pierpaolo Pietrucci e dal consigliere Luciano Monticelli nei confronti dell’assessore Donato Di Matteo il quale, avendo la delega alla montagna e rivendicando il diritto di dover essere a conoscenza del provvedimento, ne ha bloccato la sicura approvazione.

La solita vecchia storia, il cittadino (che sia esso un allevatore o una guida alpina) vessato da vincoli, decisioni che gli cadono sulla testa e da beghe di vecchia politica stantìa, contro gli Enti che lottano solo ed esclusivamente per la loro sopravvivenza  e che passeggiano allegramente sui cadaveri dei contribuenti permettendosi, di tanto in tanto, anche qualche sgarbo istituzionale.

Tanto a rimetterci non saranno mai loro.

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