L’eccellenza violentata

di Giorgio Fioravanti

Le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio, un prodotto tipico che va ben oltre un presidio slow food, che va al di là di un semplice legume, che racchiude in sè una tradizione decennale fatta di aggregazione, di identità, di passione e che caratterizza uno dei Borghi più suggestivi del nostro Paese.

Questa favola, ridotta quasi ormai a un lontano ricordo, oggi rischia di sparire del tutto a causa della miopia, dell’ottusità, del menefreghismo e dell’inconcludenza degli enti interessati i quali hanno volutamente ignorato e sottovalutato i problemi degli agricoltori con i loro disperati appelli.

L’Associazione Produttori della Lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, in questi giorni di “festa nel Borgo, ha lanciato un forte grido d’allarme, un appello che sembra addirittura non essere stato gradito, forse per paura di ritorsioni, persino dalla stessa amministrazione comunale.

Quì sulla destra potrete leggere il volantino affisso dall’Associazione presso coloro che hanno appoggiato l’iniziativa.

Ci chiediamo come sia possibile che  un’Associazione che, col sudore del lavoro nei campi, dona prestigio e valore sia a una Comunità che, soprattutto, a uno dei brand (potenzialmente internazionali) più importanti di un “piccolo” paese, venga considerata dalla stessa amministrazione locale più come un peso, una scocciatura piuttosto che come una delle principali risorse da sostenere contro tutto e tutti;

lasciar lottare da sola una piccola Associazione contro i vari Golia non fa onore proprio a nessuno.

Questo triste ed inevitabile (se le istituzioni continueranno ad operare in questo modo) epilogo di un’eccellenza locale è frutto di un’agghiacciante e scriteriata follia avvalorata da talune scuole di pensiero che preferiscono bandire qualunque tipo di attività umana al posto di un totale rewilding del territorio interessato.

Se è questo, e per taluni lo è davvero, il futuro che si vuole prospettare per uno dei Borghi più belli d’Italia, con tutta la sua storia, mandandolo incontro a spopolazione certa, allora, quantomeno, si evitino frasi ipocrite di difesa delle eccellenze dei prodotti locali e si dica la verità a tutti i soggetti interessati.

Di seguito allego le accorate parole, scritte recentemente su un social network, del nostro attivista Fausto Tatone sullo stesso argomento:

“Ricordo ancora quando ero piccolo: passavo i 4 mesi estivi a Santo Stefano di Sessanio. Mio padre e mio madre hanno li le loro origini.

C’erano dei giorni di festa, tutti partecipavano alla raccolta delle lenticchie. Quelle macchine enormi riuscivano a fare tutto in un battibaleno , erano le prime mietitrebbie. Poi si andava tutti all’aia per l’essiccatura e la pulizia, tassativamente riservata alle donne anziane che mettevano il tutto sopravento per togliere le prime foglie già secche, poi a mano, con il setaccio e un’infinita pazienza, toglievano gli ultimi sassolini. C’era sempre il sole e tutto il paese era riunito , con i turisti, in una “tradizione” che sembrava destinata a durare all’infinito.

Arrivava,poi , il primo sabato di settembre. La Festa. Tutti a cucinare , ad aiutare le anziane in quei mille piccoli gesti inimitabili e a cercare di apprendere le ricette più antiche. A noi, piccolini, toccava sempre ripulire i tavoli, ma eravamo contenti così, eravamo dei piccoli agricoltori che crescevano ignari di non poter mai coltivare la propria terra.

Alcuni coppi , proprietà di famiglia, sono ancora lì, affidati a pazienti, bravi e inossidabili coltivatori, ma da allora le cose sono cambiate, tanto, troppo.

La mia famiglia riceveva in cambio dell’usufrutto alcuni sacchi di quel prezioso legume che nel tempo sono diventati uno, poi un sacchetto, poi un sacchettino, poi…. due manciate sufficienti a malapena per passare un degno Natale in famiglia.

Questa è la storia della lenticchia di Santo Stefano di Sessanio, vista da me, ignaro per tanto tempo di c’ho che stava accadendo a quella meravigliosa Festa.

Una storia simile a tante altre che ha caratterizzato l’infanzia ma anche l’economia di molti.

Oggi di tutto questo c’è rimasto poco, tutto viene consumato nel giro di 48 ore da migliaia di persone, mentre chi ci ha lavorato per mesi, anni, secoli, non viene considerato da nessuno.

L’urlo raccolto in questi giorni di Sagra , una tra le piu importanti della nostra zona, non puo passare inosservato.
I soliti balzelli di una legge applicata male e vissuta peggio da chi è demandato al suo rispetto, hanno fatto un altro disastro.

Una sconfinata prateria, lasciata alla mercé di una natura che non sa assolutamente trovare da sola l’equilibrio necessario, un equilibrio possibile ma dimenticato in nome della follia.

Quelle praterie di cui tutti si vantano perchè patrimonio europeo ma che vengono considerate come aree limitrofe al “cuore” , che ancora non ho ben capito dove si trovi, hanno bisogno di essere protette, OGGI, ORA, SUBITO.

E il pericolo non è certo l’Uomo che vorrebbe vederle, come me, tornare allo splendore di 20 anni fa.

L’incuria e l’arroganza stanno facendo più danni dello stolto cemento.”

#SaveGranSasso

#ProgettoMontagna

 

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